Tempi

Si ha spesso l’impressione che il nostro tempo cominci nel momento esatto in cui nasciamo. Ma in realtà non è proprio così.

È quasi impossibile pensare a un inizio preciso del nostro tempo, perchè, a un’analisi più attenta, al momento della nascita, arriviamo in un mondo di già nati e di già immersi nel loro tempo. E non possiamo azzerarlo, il tempo degli altri. È come se lo assorbissimo senza accorgercene. Il nostro tempo si aggiunge al loro, senza spiegazioni, nè preavvisi. Ci ritroviamo immersi in un’alternanza di tempi opposti e lontanissimi, in cui il nostro ritmo nel momento stesso in cui vi si inserisce, ne risente, condizionato. Ma non considero quest’ultima parola nella sua concezione negativa.
Io non sapevo che stavo nascendo nel momento stesso in cui nelle sale giapponesi usciva il capolavoro di Miyazaki e i miei genitori non avevano voluto sapere se ero maschio o femmina.
Non sapevo che il 1988 era stato il tempo delle catastrofi naturali e indotte dall’uomo: un’inondazione nel Bangladesh, un violento terremoto in Armenia e l’esplosione di un aereo diretto da Londra a New York appena dopo il decollo mi avevano preceduta proprio mentre Umberto Eco pubblicava Il pendolo di Foucalt.
E il 13 ottobre alle due e un quarto del pomeriggio, nella stanza tre al quarto piano della Clinica Universitaria, mentre stava spuntando il sole dopo una mattinata uggiosa, sono nata io, inserendomi in quella complessità di tempi.
Gli istanti prima mia madre stava ascoltando “Piece of my heart”, un po’ per distrarsi dal buio di quella stanza e un po’ per non sentire la sua compagna di letto dire “Mio figlio si chiamerà Michael, come Michael Jackson”. La decima solo in quell’ultima settimana.

Lo studente di medicina che irritava tutto il reparto, guardando fuori dalla finestra, aveva tirato fuori una storiellina zen sul tempo, di cui mia madre aveva capito solo le parole “Pioggia”, “Non ci si può far niente” e “Il vecchio saggio sospirò”.
I primi raggi di sole stavano spuntando con tutta calma, mentre il ritmo delle contrazioni aumentava senza darle tempo per pensare più.
Quel sole era inaspettato come fu inaspettato per lei dimenticarsi dei tempi in cui considerava Woodstock il suo futuro, mentre ora aspettava una figlia e costruiva una tradizionale famiglia.
Avvenne in queste circostanze la mia nascita: in quel momento tra il buio mattutino e la luce pomeridiana; tra un tempo interminabile di storielle noiose e un tempo troppo breve cantato da Janis Joplin; tra i tempi catastrofici di quell’intero anno e il tempo che mia madre impiegò a leggere di Paperino che si arrabbiava con Paperon de Paperoni; tra ritmi dolorosi delle contrazioni e ritmi lenti di un film che raccontava la vita semplice di una famiglia giapponese.
Il film di Mijazaki che avrei visto ventitrè anni dopo in un pomeriggio di diluvi.
Totoro era ambientato in una natura magica in cui ogni singola foglia era un essere vivente degno di rispetto, ogni goccia di pioggia un qualcosa da cui era piacevole ripararsi e il tempo quasi non esisteva, fermo com’era a spiare una quotidianità piena di stupori inaspettati.
E io avevo accumulato abbastanza tempo da capire che non c’era nulla di zen in tutto quello, ed era bello proprio per questo.

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