Quota millecinque

"Alla porta” significa che ti devi alzare e andarti a sedere con le gambe a penzoloni giù dall’elicottero. Prima sei rannicchiato per terra insieme ai tuoi compagni, col portellone aperto e il frastuono roboante del motore che ti entra nella testa. Non puoi parlare con nessuno, ma anche volendo non ci sarebbe tempo per dire nulla.

Non ti accorgi che le ginocchia si sono addormentate finché non ti alzi per andare “alla porta” e quando fai il primo passo la gamba cede. Mi piace pensare che sia perché i muscoli stanno fermi in una posizione innaturale per circa mezz’ora prima di raggiungere la quota di lancio, e non per la paura.

La prima volta che mi sono buttato col paracadute avevo vent’anni e credevo che prima di fare il salto bisognasse accumulare quanto più fiato possibile, perché poi in volo non puoi più respirare, con tutta quell’aria che ti viene addosso con forza. Poi l’istruttore a terra ci ha spiegato che non servono polmoni d’acciaio per lanciarsi e che, nonostante la velocità di discesa sia molto alta, si riesce a respirare senza problemi. “È come andare in moto”, ci spiegò.

Non me l’aveva mai detto prima, mio padre. E io non gliel’avevo mai chiesto per non fare la figura del cretino.
Lo zaino col paracadute deve essere ben fissato al corpo tramite fibbie che si incrociano sul petto. Il direttore di lancio le controlla sempre prima di dare il via.
Mio padre è diventato D.L a vent’anni, subito dopo essere entrato nell’esercito. È arrivato al lancio numero settecentocinquanta e poi ha lasciato. Ma ha continuato a parlare dei suoi anni d’oro come se non fossero mai passati. Raccontava storie a tutti: al panettiere sotto casa, all’autista del tram, a sua suocera, a me.
“Sai quella volta che sono atterrato in un cimitero?”, mi diceva. “Era notte, non si vedeva niente. Dovevo recuperare il fucile che mi era scivolato mentre tentavo di non schiantarmi contro il tetto di una casa”. Io adoravo starlo a sentire. “Mi sono messo a dormire fra due tombe, poi ho aspettato l’alba e mi sono avviato a recuperare gli altri miei compagni. Ho concluso la missione prima di tutti”.
Mia madre gli ha fatto promettere di lasciare l’arma quando è rimasta incinta di mia sorella.
“Niente paracadute per un padre di famiglia”, come se un telo di poliammide potesse garantire la netta separazione tra il concetto del pericolo e quello di genitore.
Una volta che sei “alla porta” il cuore inizia ad accelerare fino ad offuscarti la mente, il che è un bene, visto che se ti rimanesse un briciolo di lucidità in quel momento penseresti che stai compiendo un atto che va oltre ogni umano istinto di sopravvivenza: buttarsi nel vuoto da un veicolo in volo. Le vertigini, però, non ti vengono. È come quando uno che ne soffre sale in piedi su una sedia e inizia a sudare. Invece, se sale su un aereo e guarda giù, sta più tranquillo. Forse è perché il tuo cervello, non vedendo più oggetti nitidi e distinti, ma solo vaghe sagome, non riesce a quantificare l’altezza a cui ci si trova e quindi non lancia segnali di allarme. Ti vedi bene i piedi e i lacci delle scarpe da ginnastica che hai stretto fino a bloccare la circolazione pochi minuti prima, ma sotto non vedi nulla, a parte qualche chiazza di colore.

Quando raccontava le sue avventure, mio padre, le mimava, e anche molto bene. Saliva sulla sedia e agitava le braccia, si scompigliava i capelli, si sbottonava il colletto della camicia. Una volta atterrava sul mare e cavalcava le onde col paracadute, che nel frattempo si era trasformato in una tavola da surf. Un’altra volta atterrava sulla roccia di una montagna e doveva arrampicarsi fin sulla cima. Ma il mio racconto preferito era quello del momento che precedeva l’atterraggio. “Sai cosa si prova a passare dentro a una nuvola?”, mi chiedeva. Poi si metteva in posizione: braccia allineate lungo il corpo, schiena dritta, gambe tese. E si faceva cadere in avanti mantenendosi perfettamente diritto. Prima di sfiorare il pavimento, a cinque centimetri da terra, metteva le mani per evitare lo schianto. “Non vedi più niente e in un attimo sei atterrato”.
Mia madre certe volte lo vedeva passando dal corridoio, ma di rado sorrideva.
Lei sapeva che c’era qualcosa di sbagliato in quei racconti e non era tanto la finzione, l’iperbole, lo scherzo esagerato, quanto il ricordo stesso di quegli anni, che più aumentavano più, con la loro lontananza, pesavano. A mio padre non restavano che quelle storie per vivere, non gli bastavamo né io, nè mia sorella, né mia madre. Aveva bisogno solo dei suoi ricordi e lei ne soffriva.
Quando le gambe pendono giù il direttore di lancio ti appoggia una mano sulla spalla e urla “Vai!”. A quel punto parte il conto alla rovescia, ed è meglio urlare quei numeri con tutto il fiato che hai, perché ti aiuta a non svenire. Milleuno, milledue, milletre! Bisogna rimanere concentrati sulla posizione, altrimenti l’aria ti fa capovolgere.

Dopo qualche tempo lontano dall’arma, le mani di mio padre hanno iniziato a tremare, in particolare la destra, quella con cui alzava il bicchiere. Il lavoro d’ufficio non lo soddisfaceva, così era passato a fare il rappresentante di moquette. Se ne andava in giro col suo furgone a consigliare alla gente il tipo di rivestimento più adatto in base alla stanza. “Per il salotto vi consiglio il bouclé a ciuffi ricurvi, è il più elegante”.
Mia madre l’ha lasciato dopo quella volta in cui l’hanno chiamata a casa avvisandola che doveva andare a recuperare suo marito. Era stato trovato sul furgone mentre accarezzava la moquette dicendo che non si sarebbe mai voluto allontanare da quella piacevole morbidezza.
Le sue mani non avevano mai tremato così prima di allora. Erano sempre state molto ferme quando mi indicava il punto preciso del pavimento in cui dovevo mettermi. Nell’angolo tra la televisione e il divano. Piedi uniti, schiena dritta e faccia verso il muro. L’indice puntato come un’arma. Stavo fermo per dieci minuti se avevo tardato il rientro a casa di cinque. Più aumentava il ritardo, più durava l’umiliazione.
A millecinque si tira forte il gancio e si avverte lo shock di apertura della calotta. La fune di vincolo va in tiro e il paracadute si apre a fungo. Ora si può smettere di contare. L’elicottero è ancora sopra la tua testa, continua a girare col motore al minimo per lanciare gli altri paracadutisti che urlano i loro conteggi.

Hanno smesso quasi tutti di ascoltare le sue storie e anch’io, nel dubbio, ho scelto di non credere più a niente. L’ultima volta che l’ho ascoltato è stata quando mi ha detto che se volevo diventare uomo mi sarei dovuto buttare almeno una volta col paracadute. Mi avrebbe fatto lui da direttore di lancio. Un’ottima scusa per tornare indietro ai tempi delle sue missioni. Accettai per non fare la figura del cretino.
Ci trovammo la mattina presto e quando mi strinse le fibbie dello zaino sentii che il suo alito sapeva già di alcol. Cercavo di tenere a mente la frase “è come andare in moto” che mi aveva ripetuto l’istruttore poco prima, l’unico mantra realistico che poteva aiutarmi nell’impresa, a dispetto di tutti i racconti inutili di mio padre.
Eravamo in dieci sull’elicottero, cinque maschi e cinque femmine. Le ragazze cercavano scuse per farsi aggiustare le fibbie da lui.
Arrivò il mio turno. Mi avvicinai “alla porta” con un ginocchio mezzo addormentato.
Mio padre mi appoggiò la mano sulla spalla, una bella presa forte. Sentivo la clavicola che quasi si abbassava. Una volta mi aveva detto che le spalle degli uomini tremavano sempre di più di quelle delle donne, diceva che loro erano più coraggiose, avevano più sangue freddo. Mi concentrai per rimanere più tranquillo possibile, la mia spalla doveva essere immobile.
Urlò deciso “Via!”. Ma ci fu un attimo, una frazione di secondo, tra il suo segnale e il mio lancio, in cui la sua mano tremò. Un accenno di indecisione.
Forse era l’annebbiamento che avevo in testa, ma mi sembrò un vero gesto da padre. Come per dire, non ti buttare, ti proteggo io.
Comunque, mi lanciai, immaginando che lui si fosse sporto dal portellone a guardarmi e a contare i metri insieme a me.

Arrivato a quota mille, col paracadute già aperto, passai dentro una nuvola. Non vidi più nulla e sentii un gran freddo. Provai ad alzare la testa per vedere l’elicottero, ma avevo i capelli bagnati davanti agli occhi. Fu veloce. Un attimo dopo, passata la perturbazione, ero già pronto ad atterrare. Su una cosa mio padre aveva ragione.

Toccai terra col ginocchio ancora addormentato. Lasciai che il paracadute mi si posasse addosso, coprendomi tutto. Volevo rimanere lì sotto ancora per un po’. Ancora. E ancora.

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