Quello che una ginnasta sa

Scritto da Giulia. Pubblicato in Blog

Mia sorella mi abbottona un golfino di cotone blu sopra la maglietta corta, ha saltato un’asola ma non le dico niente. Camminiamo mano nella mano, a passo sostenuto, sul pavé di via Torino. Di tanto in tanto mi tira leggermente il braccio perché rimango troppo a fissare le cartelle dei bambini all’uscita da scuola: enormi, pesanti e colorate.

Ci allontaniamo e mi chiedo quando, anche io, dovrò curvare in quel modo strano la schiena. A spingerci è un vento leggero, non punge ma danza con le prime foglie cadute dagli alberi; dopo qualche metro, arriviamo davanti ad un grande edificio, mia sorella non bussa, apre la porta sicura, le lascio la mano e poi la guardo entrare.

Gamba destra al quarto piolo, sinistra dietro bella tesa, bacino che tocca a terra e mani intrecciate sopra la testa. Indugio sulla soglia della porta, rapita da quelle quattro bambine poco più grandi di me. A colpirmi sono i corpi: lunghi, muscolosi e longilinei, di cui ogni movimento pare curato, soppesato e sincrono. Alla loro sinistra altre due lanciano in aria dei cerchi argentati, infilandoci sotto tre capovolte consecutive. Poco distante, un’insegnante seduta su d’una bambina prona, le tira braccia e testa verso il fondo schiena, fino a farle combaciare perfettamente. Alla sbarra, un gruppo di sei, cammina sul posto sul collo del piede, tendendo il mento verso l’alto.
Poi, sento chiamare il mio nome, mi volto e una mano s’allunga per stringere la mia.

Vent’anni dopo, sul rettilineo che collega Casalborgone a Torino, una macchina, sul cui sedile posteriore tre bambine discutono animatamente, è in viaggio verso Chivasso. Ad un certo punto, Lorena, la più piccola del terzetto, stanca, stabilisce l’ordine; Sofia e Carlotta si voltano verso il finestrino imbronciate.
Mi aspettano sedute per terra, con le gambe incrociate e i volti sorridenti. Tra uno starnazzo e l'altro mantengono però, un livello d’attenzione tale da rendersi ipersensibili al captare ogni più piccolo rumore. Finisco così, con il ritrovarmi circondata da tanti piccoli giovani volti, corpi e incredibili storie. Tutto questo trambusto è messo in moto per diversi motivi ma uno in particolare: i capelli.
Le ginnaste lo sanno che, spostarsi un ciuffo dagli occhi durante una gara potrebbe assegnare loro grosse penalità; le ginnaste conoscono la sensazione appiccicaticcia di colla stick spalmata sulle natiche per tenere il body ben fermo; le ginnaste imparano che i corpi devono essere spogliati da ogni sorta di monile o bijou e che poi quell’insieme di ossa, cartilagine e sogni, verrà lanciato, senza corazze, in pedana. Ma ciò che tra queste ginnaste è stato stipulato tacitamente e a mia insaputa è che lo chignon posso farglielo solo ed esclusivamente io. Da brava maestra quindi, do il la ad un susseguirsi di tiraggi folli di capelli, inforcinamenti compulsivi e costruzioni di impalcature incrollabili. Elastici, retine, pinzette, si tramutano poi, in una serie infinita di profonde confessioni e resoconti d’ansie che volutamente sussurrano a me.
Mi hanno scelta, fatta entrare e autorizzata ad appoggiare orecchie, occhi e cuore sul loro immenso tesoro interiore.

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