Marsiglia 2008

Il giorno del mio ventiquattresimo compleanno il corriere bussò alla porta con un pacchetto per me. Sapevo da chi proveniva quel regalo.

L’involto rivelò un paio di orecchini molto semplici, come quelli che vengono messi subito dopo aver fatto il buco ai lobi delle orecchie, ma in oro bianco e con un piccolo diamantino su ciascuno. C’erano anche diverse sciarpe colorate di seta leggera e alcune collane dalla fattura orientale. Un biglietto rivelava il mittente. Non mi ero sbagliata.
Sono passati sette anni da allora. È cambiato tutto, ma quei semplici orecchini sono ancora fissati ai lobi delle mie orecchie.

Marsiglia odora di cumino e anice, amplificati prepotenti nell’estate torrida. Donne velate e barbe incolte: una terra esotica nel sud della Francia, in piena Provenza.
La lezione di francese finisce alle 13. I compiti per domani sono tanti: scrivere un racconto di una cartella più qualche esercizio per imparare l’uso del subjunctive, ma non si può studiare con tutta questa luce.
“Picnic à la Malmousque?”, propone Yvonka e dopo cinque minuti io, lei e Maria siamo al supermercato. Compriamo formaggio francese, baguette, salumi, vino bianco da due soldi. Prima di andare verso la spiaggia ci prendiamo un bicchiere di pastis in un bar del centro, Au petit Nice. Beviamo e ridiamo. Da un mese siamo tre sorelle dai colori e origini diverse.
Parliamo della sera precedente. Camminavamo sulla spiaggia con i tacchi in mano. Sembrava avessimo fatto la gara a chi li metteva più alti e le caviglie stavano cedendo. Scalze, i piedi bagnati dal mare e i nostri vestiti troppo corti. Il mio, così rosso e scollato, era una striminzita macchia di colore nella notte.
Suoni elettronici nell’aria e la decisione di seguirne la scia, scendendo giù per le scale buie con il respiro trattenuto, fino a riaffiorare in una discoteca clandestina allestita al Cercle des Nageurs. Sulla grande terrazza eravamo le uniche straniere. Qualcuno offriva champagne mentre domandava come eravamo riuscite a trovare quel posto. “Un coupe de chance”, rispondevo. Mi sembrava di aver sempre parlato con quelle vocali nasali.
Un altro giro di pastis e con la testa che gira prendiamo l’autobus, poi camminiamo su uno sterrato polveroso. Vediamo una spiaggia a grossi gradoni a picco sul mare, quasi delle terrazze, dei balconcini privati che guardano a strapiombo il verde­azzurro dell’acqua del Mediterraneo.
Su un cartello si legge: “Légion Étrangère”. Ci sono pochi civili e tanti militari su questa spiaggia. Alcuni sono in divisa, altri in costume da bagno, ma tutti sembrano mostrare senza vergogna un po’ troppo interesse per le donne al sole.
Noto un ragazzo molto alto dai capelli biondi tagliati alla marines. Il fisico atletico e perfetto tradisce la sua origine americana. Sdraiato sulla pietra, legge un tomo spesso e sembra provenire da un’altra galassia. Un altro bel tipo gli siede accanto e guarda, ricambiato, le mie due amiche.
Basta un bagno in mare, una domanda pretestuosa e i due si offrono di andare a comprare della vodka da bere insieme. Tornano con una bottiglia niente male, ghiacciata al punto giusto e con una confezione di bicchieri da champagne di plastica spessa. Il liquido viene versato tra grandi sorrisi. Brindiamo, pourquoi pas?
Le due si contendono l’australiano, mentre io vado a sedermi vicino a David, il legionario intellettuale. Chiede della mia vita e io della sua.
Il mio inglese fa pena e il suo francese ha un accento incomprensibile.
“Aimes-tu Marseille?”
“Quoi?!?”
“Aimes-tu Marseille?”
“Je ne comprends pas…”
“Do you like Marseille?”
“Marseille? Ah, ouioui! C’est très cool! Qu’en penses-tu, David?”
“I like this town a lot!”
Quando gli rivolgo una domanda in francese, lui mi risponde in inglese, e viceversa. In qualche modo ci capiamo. La situazione piuttosto ridicola aiuta a sdrammatizzare la tensione che si sprigiona, inevitabile, tra due persone che un po’ si piacciono e tentano di conoscersi sfiorando sempre i pulsanti giusti, facendo domande interessanti, rispondendo in modo criptico, perché devi capire, ma non tutto, devi vedere, ma fin dove ti dico io.
È timido e, quando mi parla, a volte balbetta leggermente. Il fatto che io sia a Marsiglia come volontaria presso una chiesa sembra interessargli parecchio. È il terzo anno che, tra le altre cose, passo l’estate a stirare le camicie dei seminaristi e tagliare le verdure nella piccola cucina della parrocchia di Notre Dame du Rouet.
Quando scopre questo piccolo tassello, vedo i suoi occhi illuminarsi, come se avessi fatto centro nel suo bersaglio personale. Dice di essere credente, protestante per la precisione, e aggiunge che io sono la prima persona vicina alla chiesa che ha conosciuto da quando vive in Francia. Sta andando tutto così bene che non voglio disilluderlo con quelli che mi sembrano inutili dettagli al momento.
Meglio sembrare delle sobrie, noiose volontarie. Meglio non dirgli che non avevo soldi per andare in vacanza e che fare la volontaria a Marsiglia sembrava un buon compromesso: qualche ora di lavoro al giorno, una messa obbligatoria ogni settimana. Père Aldo, un amico di famiglia, ci tiene tanto a vedermi alla funzione del sabato, ma non questiona sul dopo serata né sulle altre sere della settimana. In cambio ottengo un alloggio indipendente, pranzi e cene in parrocchia quando ne ho voglia, corso di francese pagato.
Qualche volta Aldo mi fa entrare nella sua cantina personale: posso scegliere una bottiglia in cambio del sacro rito della confessione. Lui ci guadagna un racconto, io una bevuta di qualità. Ha una collezione di Sandeman invidiabile: “Regali dei fedeli”, dice. Durante ogni sessione ci scoliamo il contenuto di un’intera bottiglia, mentre confesso i miei peccati con un tasso alcolico non del tutto lecito.
David ha un tatuaggio sulla schiena, un paragrafo scritto in greco: “A quote from the Bible, the First Epistle to the Corinthians”. Non dico nulla. Ci congediamo, dandoci appuntamento per una cena a due la sera stessa.
Per un mese Marsiglia diventa il nostro posto. Procediamo con tutta calma: diventiamo amici, prima di decidere se vale la pena scegliere di fare un passo in più. Dodici ore di conversazione intervallate da cento baci al giorno. Ci teniamo per mano passando insieme da una festa all’altra, da una cena a un falò sulla spiaggia. Dalla techno al reggae, dagli Schnitzel alla pasta con il pesto. I suoi jeans super larghi e i miei abiti seconda pelle stanno costruendo un vocabolario sempre più condiviso.
Quando lui è in trasferta, io aiuto in parrocchia e studio per passare il test: ambisco a un C1. Eppure l’inglese d’oltre Oceano sporca sempre di più il mio francese che da quasi perfetto diventa confuso quanto me.
Trenta giorni volano troppo veloci, lasciando tracce della loro esistenza in poche fotografie digitali di bassa qualità.
Foto 1. Festa in spiaggia per il compleanno di Yvonka. Tramonto, chitarra e vino rosso servito in bicchieri di plastica bianca.
Foto 2. In cucina con le due cuoche cinquantenni del seminario. Indosso shorts di jeans inesistenti e taglio le carote a rotelle piccole piccole.
Foto 3. Maria tiene i capelli biondi nascosti sotto una fascia, canta “The fucking German girl” con il suo forte accento polacco. Yvonka, rossa come il vermouth, ha scritto un testo contro una sua connazionale e noi lo ripetiamo, stonatissime. Tobias suona un giro di do con la chitarra. Facciamo anche un video, ma si sentono solo le nostre risate.
Foto 4. Pantaloni neri e un top a vistosi pois bianchi e blu. Sono seduta in ginocchio sul divano, David mi tiene per mano. Il nostro primo bacio. Qualcuno fotografa il momento.
Foto 5. Una festa a casa di Agata. Due brasiliani suonano maracas e cantano. Ci mettiamo a ballare. Uno scatto sfocato con le mani al cielo. Indosso un vestito verde smeraldo troppo acceso. David mi guarda da lontano.
Foto 6. Il fine settimana in spiaggia tra baci al gusto di gelato confezionato della Miko. Una vita in bikini bianco.
Foto 7. Una bottiglia di vino stappata di notte davanti al porto. Parliamo di noi. Di film americani, di quelli italiani. Dichiarazioni troppo impegnative.
Un’estate troppo lunga finisce a settembre con l’esame di diritto amministrativo per me e un trasferimento per lui. Piacenza-Kabul: ci separano seimilaquattrocentododici chilometri.
Sette mesi al fronte e Skype tutte le sere.

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